Quando riprenderà davvero l’economia a livello mondiale?

Analisi dell’osservatorio di Dun & Bradstreet

Di recente, il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato la consueta analisi mensile sullo scenario economico mondiale. Secondo IMF il ritorno alla “normalità” avverrà nel 2021.

La previsione di Dun&Bradstreet identifica invece il 2022 come anno decisivo per la ripresa, poiché in tanti stati ancora la trasmissione del virus non è stata eliminata o fortemente rallentata. Un fattore che, unito all’incertezza verso le cure, indebolisce le economie di tutto il mondo. Pertanto, la crisi che stiamo vivendo sarà sicuramente peggiore di quella finanziaria del 2008-2009.

QUALI SONO I SETTORI PIÙ COLPITI DALLA CRISI A LIVELLO GLOBALE?

La prima “macro-area” a essere stata gravemente colpita è quella che porta al formarsi dei cosiddetti “assembramenti”. Il contatto fra le persone, infatti, è stato quasi completamente eliminato per fronteggiare la diffusione del virus. Purtroppo, è chiaro che nessun cambio di tendenza o recupero verticale è possibile senza l’intervento di farmaci o cure; soluzioni che, oggi, ancora non esistono o delle quali non siamo ancora abbastanza sicuri.

Verosimilmente, alcune tendenze che abbiamo osservato durante il 2020 potrebbero sopravvivere anche quando entreremo nella “nuova normalità”. Una è il crollo delle emissioni globali nel Q1-Q2 (meno 9%) e l’altra è il calo nella produzione manifatturiera, la quale è diminuita del 5-10% (anno su anno) in moltissimi paesi, fra luglio e agosto. Due statistiche legate ovviamente ai “nuovi lockdown” in quasi tutta Europa, quindi alla chiusura di centri produttivi e la conseguente limitazione di spostamento degli individui.

Fra i settori più colpiti troviamo il mondo dei trasporti e del turismo, mentre il settore dei servizi, a livello globale, è stato colpito di più della manifattura. Quest’ultimo ha perso l’11,6% anno su anno nel Q1 – Q2, mentre il mondo dell’edilizia “solo” il 9,0%. Infine, a livello globale, spicca il crollo del mondo del retail e della vendita all’ingrosso, settori che hanno perso quasi il 14,6%.

L’IMPATTO DEGLI INTERVENTI DEI GOVERNI SULL’ECONOMIA

I governi degli stati appartenenti alla OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) con un rating di investment Grade, hanno investito per limitare l’impatto del contagio, per esempio cercando di mantenere invariati i redditi familiari. Gli interventi della banca centrale hanno poi nascosto i problemi di solvibilità in settori sotto stress con abbondante liquidità e un allentamento delle norme riguardo alla bancarotta. Manovre che hanno evitato una crisi finanziaria globale, limitato la svalutazione del credito. Così che diversi settori finanziari stanno riportando un buon Q2, nonostante l’emergenza sanitaria.

Tali misure avranno un buon ritorno solo nel caso in cui la diffusione della malattia fosse contenuta in fretta; uno scenario che difficilmente si verificherà, data la complicata situazione sanitaria. L’assistenzialismo non farà che ritardare l’insolvenza in settori vulnerabili fino al 2021, senza costruire una vera e propria strada verso il “ritorno alla normalità”. I governi, inoltre, si troveranno ad affrontare nuove sfide legate al debito fiscale e al capitale bancario.

Infine, Il crollo del net saving rate in territori della OCSE nel Q2 è fonte di preoccupazione negli Stati Uniti, in Canada, in Francia, in UK, Italia e Spagna, poiché questo fenomeno riduce le risorse finanziarie delle aziende, delle famiglie e dei governi. Risorse che saranno necessarie per uscire dalla crisi economica e tornare alla normalità.

 

Fonte – Luca Greco Sales Innovation Director, CRIBIS